Bruno Galvani

Sei mesi, da settembre a marzo dell’anno successivo, tanto è durata la mia carriera lavorativa di giovanissimo operaio specializzato, oggi così lontano nel tempo che non mi sforzo neppure di ricordare. Avevo solo 17 anni. Terminata la scuola professionale ed un’estate di divertimenti, a settembre fui assunto da una piccola ditta artigiana nella quale venivano realizzate cisterne per il gasolio (sia per uso domestico che per l’agricoltura) e ringhiere in ferro. Una piccola realtà imprenditoriale che dava lavoro a sette/otto persone, delle quali tre/quattro non ancora maggiorenni. I più vecchi avevano il compito di insegnarti il mestiere e indicarti quale lavorazione affrontare giornalmente. Più tardi ho capito che anche quel loro modo di rapportarsi con noi giovani, era il classico atteggiamento di chi non vuole rinunciare ad una sorta di “gerarchia aziendale” consolidata dalla maggiore esperienza lavorativa, che verteva più sul dare ordini che su una vera e propria volontà di insegnarti come svolgere al meglio le mansioni assegnateci e magari evitare gli eventuali pericoli che si potevano incontrare durante una giornata lavorativa. Anche questo atteggiamento penso non abbia certo contribuito ad evitare la disgrazia che stava per accadere. Un datore di lavoro (vissuto come “assente”), che si limitava a dirti le priorità lavorative giornaliere o settimanali, quel fatidico giorno mi disse: “Prendi il muletto e sistema nel cortile quelle cisterne” e poi se ne andò. Per chi non lo sapesse il muletto è un “attrezzo a motore” che serve per sollevare e spostare altre cose. Oggi per poterlo usare bisogna aver conseguito una specie di “patente”.

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